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08.06.2010
 
Hermann Hesse e l' uomo planetario
maggio 2010
 

"L'uomo planetario" è' una robustra immagine creata molti anni fa da padre Balducci, per profetizzare la nuova prospettiva a cui l'essere umano è chiamato.
Così che quello che viene definito "l'azzardo" di chiamare Hesse "scrittore d'Insubria" mi pare si morda la coda già da sè.
Ma va preso proprio come spunto dialogico e non dialettico, un luogo e un momento di riflessione dove incontrarsi e non scontrarsi.
Ognuno di noi ha ed è una cosmovisione, ognuno di noi tende a difendere "l'identità", mentre l'identità, come ogni cosa, non è mai una volta per sempre, non è un monumento da erigere, ma un movimento da vivere, nella straordinaria varietà delle differenze, radici che si nutrono vicendevolmente.

Hermann Hesse è uno degli autori che più è stato cimentato "dentro e fuori" dalla dicotomica separazione che l'hibris occidentale ha messo in atto, una supremazia della mente che ha inutilmente tentato di sottomettere il cuore.
Bene e male, angeli e diavoli, luci e ombre sono stati per e in Hesse, strabilianti forze ove si è mossa tutta la sua vita e la sua opera, un lungo lavoro di "equilibrio", per ritrovare ogni volta nuovo sguardo, senza tradimento alcuno per il precedente.
La vita è un cammino verso: dove.
E Hesse , grazie a "poppare" linfa dalla radici indiane che la sua famiglia aveva coltivato con passione e amore , riesce, ogni volta, e mai una volta per tutte, a "trascendere" la dualità occidentale, incontrando la sapiente via advaita dell'oriente, illuminando "i molti volti dello stesso volto", così che la danza della Vita possa ritornare in armonico movimento e la vita sofferente a Vita piena.

Finche le istituzioni, di qualsiasi natura siano, si approprieranno del pensiero dei Maestri, non per rivificarlo ed attuarlo nel nuovo contesto a cui tutti siamo chiamati, ma per lasciarlo incancrenire per ignavia, per convenienza, per indifferenza dentro il contesto stesso ormai incancrenito e morente, si tradiranno sempre proprio coloro di cui facciamo e portiano invano il nome.

I Maestri, una volta, non scrivevano perchè volevano che la loro voce parlasse e continuasse attraverso la nostra voce, una rivitalizzare attraverso la personale esperienza in una rinnovata creatività quanto di fondamentale e vero da sempre "è" .
"Non nominare il nome di Dio invano" ci chiama proprio a chiesto ardimento quotidiano.
Utilizzare il pensiero degli Immortali per mantenere un mortifero "status quo" è il più grande tradimento che si possa fare, a loro e a noi stessi.
Ma soprattutto è ancora vivere e difendere un cuore incapace di ascolto e una mancanza d'amore per la realtà che ci circonda e ci sostiene e
di cui ognuno è responsabile co-creatore, in accordo col cosmo e col divino, dove la libertà è gioia senza potere alcuno.

Buon lavoro a tutti gli uomini di buona volontà che rischiano sempre un incontro e non uno scontro.
 
 
 

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