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Album dei ricordi di un traduttore.

 
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10.04.2012
 
Album dei ricordi di un traduttore.
“un libro di amici e di amiche per un amico”:
Pietro Marchesani e la cultura polacca.
di Patrizia Gioia
 
Quando in febbraio scrissi il saluto d’arrivederci alla mia Wislawa, nulla faceva presagire che mi sarei trovata ieri sera tra i suoi amici più cari, riuniti per riportare al cuore i molti cuori della Polonia.

Il luogo è uno dei “cuori” a me cari di Milano, gli antichi muri e l’oasi verde tra Corso Magenta e via Nirone,
sede del Museo Archeologico, l’occasione è stato l’invito alla presentazione di un prezioso libro,
“un libro di amici e di amiche per un amico”: Pietro Marchesani, che ha fatto della sua passione quello
che ognuno di noi dovrebbe fare della sua : farla fiorire.
Lo si potrebbe definire, come ha detto la curatrice Laura Novati, che ha condotto la serata con una sempre più rara armonia di semplicità e profondità: un album dei ricordi di un traduttore.

“Alina Kalczynska ( pulsante bellezza presente alla serata e moglie di Vanni) ha voluto che il libro uscisse con il marchio All’Insegna del Pesce d’Oro, in ricordo ed omaggio a Vanni Scheiwiller; poi con un tratto delicato e gentile, ha disegnato Cracovia, la città tanto amata da Pietro ( ed è la sua stessa città) contornandone con grazia gli scritti. La sua lunga amicizia con Pietro emerge anche dall’ex libris, riportato in copertina e che reca la data del 1967.”

Fu proprio tra il 1967 e il 1968 che l’incontro con Sante Graciotti fu determinate per Pietro Marchesani, invece che scegliere Parigi per il dottorato, scelse Leningrado, dove gli inverni erano terribili e si pativa
quasi la fame, raccontava.

“La vera scelta è senza scissione alcuna” , scrive Raimon Panikkar e sai che è vero, se naturalmente
ne hai fatto esperienza, nel profondo significato che in quel momento della tua vita “sai” che è ad est
che devi andare, non ci sono né ovest né santi che tengano, così come ha fatto Pietro.
E’ lì ( lontano da dove? ) che doveva fiorire la sua vita e la sua Parola.

Marchesani ( scomparso poco prima della Szymborska, lui nel novembre 2011, lei nel febbraio 2012)
ha insegnato lingua e letteratura polacca nelle Università di Genova e Roma La Sapienza, l’alta qualità
della sua opera di traduttore gli è valsa una serie di riconoscimenti che non sto a elencare, tanto sono di numero e di qualità ( per una volta tanto quantità e qualità sono in armonia).

Per me non c’è atto più sacro, più rischioso e più umile del tradurre Poesia: è la capacità sapiente d’inginocchiarsi davanti all’altrui Invisibile.

Il traduttore di Poesia non ha la possibilità “d’aggrapparsi a quel corrimano”che invece il Poeta porta in sé, suo dolore e delizia, il traduttore può solo inginocchiarsi umilmente e coraggiosamente davanti alla Musa
che è per lui di spalle, ma l’amore che lo sorregge e lo spinge, inseparabile dalla conoscenza, è cuore e orecchio che sanno sostare nel silenzio, in fiduciosa attesa del darsi e dirsi della Parola.
Nessuno è autore di parole vive, tranne chi le pronuncia, perché la parola non è uno strumento dell’essere umano, ma la sua forma suprema d’espressione.
Il traduttore non è un intermediario, ma un mediatore ”tra” due invisibili, quello del Poeta e il suo.
Ecco perché la Poesia è un atto eminentemente religioso, come la traduzione: è incontro con quella profondità mistica, costitutiva dell’essere, dove cosmo umano divino danzano al ritmo dell’Essere e
dove la parola , se è in verità, è amore, e aiuterà ogni cosa a prendere il suo giusto posto.

E’ qui che si diventa utero accogliente, che il cuore si fa cavo e capace di ascolto, è qui che si deposita
il silenzio di Dio ( qualsiasi nome e forma tu gli voglia dare) , è qui che ci sono chieste la responsabilità e
la gioia di cantare la Vita, a cui siamo dono, con la consapevolezza d’essere sempre anche suoi traditori.
Quel che conta è non confondere l’origine con i molti sosia, ben sapendo di avere la necessità umana
della luna e del dito che la indica.

Ieri sera la bella voce di Silvano Piccardi ha fatto danzare la Parola di Czeslaw Milosz, di Stanislaw J.Lec, di Zbigniew Herbert, della mia Wislawa, di Bruno Schulz e dei molti altri che si rincorrono tra le righe e
oltre le righe di questo libro giallo oro.
Chissà se è di questo colore la Polonia? La sua terra e la sua parola, queste lettere che s’attorcigliano
intorno alla lingua e al cuore e che ieri sera volavano dentro me e nella sala come solo sa fare :
La gioia di scrivere/ Il potere di perpetuare/La vendetta di una mano mortale.

Al termine, tra sincera commozione e gratitudine, Paolo Franci ha espresso dalla profondità della sua voce
e dei suoi anni il dono prezioso che un amico è nella nostra vita, da esserne grati e degni.

la mia Wislawa
ieri sera se ne è andata
leggera
insieme al fumo
della sua prima sigaretta

non si è voltata indietro
-anche se conosce bene
la nuca proba di Lot-
né ha guardato più avanti
della punta delle sue scarpe
di vernice nera

ha alzato piano la mano sinistra
per un saluto all’amico
a un criceto a uno scarabeo
a un uccello seduto
a un tronco rovesciato di betulla
a una vista a un acrobata
a Kornell e alla gatta Micia

Patrizia Gioia, 31 marzo 2012
Milano



. Aveva 88 anni, due volte l’infinito.
Non poteva essere che così per una “infinita” Poetessa, la mia preferita.
La mia Wislawa è’ morta.
E solamente la Poesia può portare il peso di questa parola, mai definitiva, a differenza di come lo è per noi.

Non ho letto nulla di quello che è stato scritto di questo suo unico primo febbraio 2012,
né suoni né immagini, l’ho saputo quasi per caso, camminando per strada, e non è certo un caso.
E sono rimasta uguale a prima, uguale a dopo.
Una Poetessa, proprio perché sa volare, è più ferma d’una sequoia, ti entra nell’anima come un labirinto, costringendoti a quel che in lei aspira, ti permette di respirare col respiro del Mondo.
Non si piange una Poetessa, non si può, né la si sogna.
Lei è la nostra infinita “veglia”.

La veglia non svanisce
come svaniscono i sogni.
Nessun brusio, nessun campanello
la scaccia,
nessun grido né fracasso
può strapparci da essa.

Torbide e ambigue
sono le immagini nei sogni,
il che può spiegarsi
in molti modi.
Veglia significa veglia
ed è un enigma maggiore.

Per i sogni ci sono chiavi.
La veglia si apre da sola
e non si lascia sbarrare.
Da essa si spargono
diplomi e stelle,
cadono giù farfalle
e anime di vecchi ferri da stiro,
berretti senza testa
e cocci di nuvole.
Ne viene fuori un rebus
irrisolvibile.

Senza di noi non ci sarebbero sogni
Quello senza cui non ci sarebbe veglia
è ancora sconosciuto,
ma il prodotto della sua insonnia
si comunica a chiunque
si risvegli.


Non i sogni sono folli
folle è la veglia.
non fosse che per l’ostinazione
con cui ci si aggrappa
al corso degli eventi

Nei sogni vive ancora
chi ci è morto da poco,
vi gode perfino di buona salute
e ritrovata giovinezza.
La veglia depone davanti a noi
il suo corpo senza vita.
La veglia non arretra di un passo.

La fugacità dei sogni fa sì
che la memoria se li scrolli di dosso facilmente.
La veglia non deve temere l’oblio.
E’ un osso duro.
Ci sta sul groppone,
ci pesa sul cuore
sbarra il passo.

Non le si può sfuggire,
perché ci accompagna in ogni fuga.
E non c’è stazione
lungo il nostro viaggio
dove non ci aspetti.


A rivederci, Wislawa.

Patrizia Gioia, 12 - 2 - 2012





 
 
 

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