20.01.2014

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26.04.2012

DEBITORE DI ALTRUI VUOTI

 
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26.04.2012
 
DEBITORE DI ALTRUI VUOTI
Il fill di Gianni Amelio: IL PRIMO UOMO
di patrizia gioia
 

Un film, questo ultimo di Gianni Amelio, tratto dal romanzo incompiuto di Albert Camus, di rara bellezza, una bellezza fatta di sguardi silenziosi tra grandi e piccoli, tra uomini e donne, di passi nella polvere, di mani che stirano e che pregano, di uomini e donne rudi ancora pregni di quella selvaggia naturalità che li fa luoghi dove un bambino può ancora sognare e costruire sulle mancanze la forma di una vita viva.



E’ un film che riporta ognuno di noi al fiume che scorre sotto al fiume, patria dove poter attingere alle vere radici dell’essere, dove anche la bugia di un bimbo è limo, una misura di noi, il primo ingenuo tentativo di salvarci da un mondo di grandi a cui nessuno mai appartiene, ma a cui i più aderiscono per non fiorire mai.



Nei sogni di un bambino è contenuto tutto il suo destino e solo chi osa la disubbidienza alla natura e alla cultura, rispettoso solo della sua piccola “ghianda”, di quel Daimon che dentro chiede forte, con voce di tamburo, di scrittura, di pittura, di preghiera e di canto, può traghettarsi verso la nuova terra senza incidere nel corpo mistico del cosmo quella perdita dell’essere che invece i più fanno, minando inesorabilmente anche le basi della società perché si sono trasformati, come scrive Hillmann: “in una folla di consumatori accalcata in un labirintico ipermercato in cerca di uscita.

Ma l’uscita non si trova, senza la guida della vocazione personale.”



Jean Colmery, il protagonista del film, sa questa verità sin da bambino, sa che solo la disobbedienza muta e rispettosa, onorando ogni altro essere senza divenirne schiavo, sarà la sua forza, una forza malinconica che attinge linfa dalla perdita incolmabile di un padre.

E’ una perdita questa che rende muta, ma non sorda, l’anima; una perdita che da quell’inesorabile e indicibile momento in cui lo sguardo paterno sfuma nell’invisibile, un altro sguardo s’apre a quello stesso invisibile pronto a divenire forma.

Seme che si aprirà solamente a chi rischierà la chiave nella porta del buio più profondo, è un obbligo morale la vita, vivere di quel che partecipiamo riconoscendo l’aridità delle isole dei morti totalmente altra da quella del deserto; in questa terra ogni cosa si raccoglie e si custodisce in sé, è nella crepa della terra arida che il seme potrà essere la differenza, accogliere l’acqua o perire

di mancanza della goccia di quell’acqua.



Il piccolo Jean fa di quel dolore la lucciola della sua vita, dove la violenza è sempre superflua perché quello che cura è l’alito di ogni altro, persino in quell’Algeria del 57 lui vede già quello che oggi ci lacera, l’incapacità umana di stare accanto nella diversità feconda, dove la Politica e la Religione non sono monopolio di partiti e di religioni, ma oro incenso e mirra dell’Amore,

la sola energia che fa la Giustizia non abuso, ma uso di quell’Amore che ci spinge a mettere in pratica quello che le profondità tutte ci dicono: umanità, secolarità sacra, tra terra e cielo.



Il nutrimento della vita viene da coloro che se ne sono andati, è la loro narrazione che ci fa sulle spalle di ogni antenato, perché è solo abbassando lo sguardo che il precipizio diventa nuovo orizzonte e la luce passerà sempre e solo dalla feritoia della nostra più profonda ferita.



Patrizia Gioia

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