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Etty Hillesum, "cuore pulsante della baracca". di Patrizia Gioia

 
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20.01.2014
 
Etty Hillesum, "cuore pulsante della baracca".
di Patrizia Gioia
“In me non c’è un poeta,
in me c’è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia”.
 
Così annota Etty Hillesum nel suo Diario (gli Adelphi) e che cos’è la Poesia se non, come scrive
Ralph Waldo Emerson: ” una fede solitaria, una solitaria protesta nel putiferio dell’ateismo.” o, come
scrive in tempi a noi più prossimi la poetessa polacca Wislawa Szimborska: “l’ancora di un corrimano”
a cui aggrapparsi?

Sono partita da queste riflessioni, dove la Poesia è non solo strumento salvifico, ma luogo ove
la Vita vive e lo Spirito si fa Parola di vita non vana, per dire dell’esperienza che il cammino di Etty Hillesum ha permesso alla mia vita, credo infatti che è solo della nostra esperienza che possiamo
“in verità” parlare, ed è infatti del suo personale cammino esperienziale che Etty racconta.

Ma che cosa intendiamo con esperienza? e perché, oggi più che mai, come scrive uno dei saggi del
nostro tempo – Raimon Panikkar – è necessario tornare al valore dell’esperienza.?
Per me l’esperienza è Spirito che si fa carne in me, è un attimo di “tempiternità” che toccandomi dopo un lungo e periglioso cammino mi trasforma donandomi possibilità di altro sguardo e, come dice un verso di una mia poesia “senza tradimento alcuno”, non solo di quel quel che ero prima, ma del continuo divenire della Vita che ha necessità di me per conoscersi sempre più in profondità. Un tradimento in fedeltà.
E’ necessario tornare al valore dell’esperienza, come anche Etty ci indica, perché “sentire” è capire,
ma “capire “ non è sentire e se io non vengo trafitta dalla spada di fuoco che mi impedisce il ritorno
al Paradiso, non potrò nè nascere, né amare, perché l’amore è nascere ogni volta con la cosa conosciuta, trovando insieme il giusto posto, mai una volta per sempre.

Il Diario che questa giovane donna scrive in uno dei periodi più oscuri e ardui della nostra storia, attraversandolo con la capacità di fertilizzare ogni luogo e ogni persona da lei incontrati, illumina sapientemente ancora oggi la possibilità e l’opportunità umana di relazione con qualcosa che “è”
potenza salvifica.
Etty trascende quel che Emerson scrive, la Poesia di Etty non è una protesta dentro al putiferio dell’ateismo, putiferio che definiamo ateo solo perché la nostra dimensione di profondità, che chiamo mistica, è ancora addormentata e muta, coperta da pietre e detriti, che impediscono ogni resurrezione.

“Bisogna disseppellire Dio in noi”, è il suo suggerimento e il suo cammino.
E’ la storia di questo disseppellimento il Diario di Etty, eredità e promessa i suoi passi, che ci indicano però che sono i nostri da trovare, unici e irripetibili.
Etty ci snida ma non ci lascia soli, diventa il nostro Virgilio, e può farlo perché lei ha trovato il suo in un uomo, un grosso sorridente dirompente uomo che si chiama Julius Spier .
“Senza l’altro, l’uomo non è uomo”, ci dice Raimon Panikkar ed Etty ne è conferma.
Solo attraverso lo sguardo dell’alterità posso trovare me stesso più in profondità e chi di meglio di un uomo per divenire più donna? chi meglio di una donna per divenire più uomo?

Ed Etty diventa sempre più donna “in grazia” grazie ad ogni altro essere, ( Rilke e i russi e Jung ..) facendo esperienza che per nascere c’è necessità di un affidamento, di un salto nel vuoto senza salvagente alcuno.
Ed Etty lo fa, in corpo anima e spirito; in uno degli incontri che Spier ha con lei per aiutarla a “ sgrovigliare
il suo gomitolo”, Etty non si sottrae ad un corpo a corpo che prende entrambi di sorpresa, tanto che Spier,
per la prima volta si trova a terra stupefatto, steso come mai prima era successo dall’energia che questa giovane donna aveva sino a quel momento imprigionata in sé e che lui aveva riconosciuto.
Il maestro è colui che ci riconosce e fa risuonare in noi quello che siamo, ma arriva quando entrambi sono pronti.
E da quell’incontro e da quel momento che l’energia imprigionata di Etty inizierà a fecondare il suo fertile campo, un’energia che vive in ognuno di noi, si tratta di arrivare alla Sorgente, togliendo pietre e detriti accumulati da noi stessi.
Sono molti gli amici di Etty in questo suo cammino esperienziale, mortali e immortali che lei scova, ama
e ci presenta.

All’inizio della conoscenza Etty ama l’amore, da prepotente passionale quale è, lo vuole mangiare vivo quell’amore, poi, via via, ci mostra come prendere la giusta distanza, l’amore è saper essere dono ,
cuore pulsante della baracca, balsamo per ogni ferita,.
Ci invita a trovare i nostri amori in questo infinito pellegrinaggio verso Oriente, per il nostro salto nel vuoto e il nostro corpo a corpo; il cammino di individuazione è in solitudine, ma non in solitaria, è questo che Etty scopre leggendo Jung, uno dei suoi amati amici invisibili, il famoso curioso dottore zurighese che incitò Spier a non tradire il suo “daimon”, e seguire il suo cammino di psico-chirologo.
Fu in questa veste che Spier conobbe Etty e la iniziò “ verso sé stessa”.

Lek lekà. Vai verso te stesso.

E’ di questo viaggio iniziatico di Conoscenza e Amore – inseparabili - che il Diario di Etty parla, un filo che si dipana ora dopo ora, giorno dopo giorno nel tempo interiore ed esteriore di un essere umano in ascolto, un filo luminoso e prezioso, il racconto di un robusto allenamento che, solo se in Spirito crea nuovo muscolo e nuova anima, la vitale testimonianza del suo inconfondibile e insostituibile passo: una danza armonica tra
le tre dimensioni costitutive dell’essere: corpo anima spirito.

Sono le fasi di questo allenamento quotidiano, tenace, fiducioso e gioioso che Etty annota meticolosamente sulla pagina bianca, la buona volontà di trasformare la difficoltà iniziale in una sana abitudine che ci rafforza giorno dopo giorno, un movimento che accompagna e scandisce in nuovo modo il nostro essere tempo e spazio, una personale liturgia, un aprire il nostro tabernacolo per tendere l’orecchio all’ascolto delle sue profondità, là dove la voce di Dio chiede aiuto al nostro sapere di essere “povero e unico”, al nostro sapersi vedere per il poco che siamo e il molto che possiamo, una provocazione e un incitamento a, come scrive Mario Luzi: : non darsi per vinti nemmeno da vinti .

Che sia questa – mi sono chiesta - l’ancora del corrimano di cui parla la Szimborska?
Un corrimano tra visibile e invisibile che sorregge e aiuta ognuno di noi, giovane danzante, ad essere fiducia e tenacia, così da non mollare mai l’aspirazione verso quella posizione verticale da cui spiccare il volo.
Un imparare a inginocchiarsi, un saper stare sulle punte, un inchino e un innalzamento verso lo sconvolgente incontro d’essere un travolgente passo a due.

E’ questo che Etty incarna, un travolgente passo a due.

Con le parole di un altro Poeta, Hermann Hesse, potremmo chiamare questo suo Diario il cammino di liberazione dalla disperazione alla grazia ; dalle prime pagine, un inizio muto che sa solo dire del suo stare male senza sapere perché, da una insoddisfazione che pare implacabile e che fa ingoiare aspirina e sesso per calmare corpo e cuore, sino alle ultime righe, un canto cantato in una cartolina e lanciato per ognuno di noi dal treno del suo ultimo viaggio, per infonderci coraggio e dirci che siamo noi il frutto di Dio, un frutto che può nascere in quello spazio fertile tra noi e la paura, tra noi e il dolore, tra noi e l‘indifferenza.
Dalle sbarre di quel treno Etty ha sporto la mano lanciandoci il suo dono, la sua parola, il suo seme.

“Tutto quello che sarò riuscita a fare sin qui, qualcun altro lo porterà avanti”.

Possiamo dirci in verità di averlo raccolto quel dono?
Di avere perlomeno tentato di seminare in noi il suo seme?
Etty ci ha donato la sua vita, ma quante volte, ancora indifferenti, lo vediamo e lo lasciamo passare quel treno? Quante volte ancora teniamo il mantello al lapidatore di Stefano?
Quante volte ogni giorno tradiamo l’amicizia, l’amore, l’ infinita fede nell’umano dei molti amici che
ci hanno lasciato indelebili tracce per incamminarci verso una più profonda e vera umanità?

Quante sono le possibili sveglie alla trascendenza?
Se per Emile Durkheim sono quattro: dolore, natura, arte e amore, Etty ci offre la vivificante testimonianza che queste vie sono infinite, ogni luogo, ogni persona, ogni occasione è opportunità di Conoscenza e di Amore, trascendere il mentale per attingere alla sorgente della gioia, una dimensione sempre inascoltata e sempre tradita dell’essere, una dimensione che lei illumina, risveglia e vive: è nella profondità mistica di ognuno di noi che si trova libertà: gioia senza potere alcuno.



"..della vera forza vitale, non esiste in realtà prova più bella che il riconoscere e l'afferrare la gioia: afferrare la pienezza e l'amabilità di alcuni giorni senza nulla di troppo, senza esagerazioni, con la forza e la misura della gioia stessa: un bambino, in fondo non fa che questo, e noi, sempre ci troviamo nella massima vicinanza al centro della vita là dove, con i nostri mezzi, siamo simili al bambino. questa è la "dimostrazione"; saper gioire così, saper comprendere la gioia. La felicità ha il suo contrario nell'infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti, la pietra di paragone dell'animo. saper gioire, com'è immensamente diverso dall'esser felici, com'è irrevocabile, sottratto a ogni pericolo e addirittura all'invidia degli dei. com'è ininvidiabile! ed è una dimostrazione, perché qui avviene la vera prova di forza; qui nella gioia, si mostra il vero stato, la vera portata del cuore. se il cuore sopporta un peso, un peso gravissimo e resiste e tace: tutto questo non dice nulla sul suo vero essere vivo; può essersi sovraffaticato, molti "resistono" perché si sono irrigiditi, altri perché muoiono dietro un volto ancora intero, altri perché per resistere, pagano un prezzo misterioso e tremendo a una qualche potenza, fanno un patto col loro demone e poi sono suoi schiavi, anziché schiavi del destino. sicché non si può mai dire chi sia ancora vivo. Ma lì, nella gioia, lì si dimostra! lì non è possibile inganno; chi non vive per intero, chi non è integro, ha certamente ancora piccoli slanci di gioia, ma non nel momento giusto, si rallegra nel vuoto. non riconosce più la gioia, la imita là dove essa non è, e in quel sorriso che la cerca, tradisce invece la sua assenza.." ( Rainer Maria Rilke)

In ogni luogo la vita può essere bella, ci testimonia Etty dal campo di internamento, un pezzetto di cielo,
una rosa, una nuvola, una mano, un sorriso.
Dopo Etty non possiamo più chiederci: ma dov’era Dio ad Auschwitz?
Era lì e aveva bisogno di noi.
Lei l’ha riconosciuto e l’ha trasformato in Poesia.

E che cos’è la Poesia se non dichiarazione e assunzione di responsabilità, una visione lucida del nostro
essere Poeta, mediatore e servitore tra immanenza e trascendenza.

“Devo fare buon uso di tutto il tempo che ho a disposizione e che non è consumato dalle preoccupazioni quotidiane, devo sfruttarlo minuto per minuto, è una responsabilità pesante. Ogni giorno trovo che non lavoro con abbastanza concentrazione e intensità. Ho davvero degli obblighi, degli obblighi morali”.

Che ne direbbe di questa assunzione di responsabilità la nostra neonata neoetica? una nuova diabolica scienza che ancora separa e vorrebbe il cervello il solo regolatore dei nostri atti, buoni e cattivi che siano;
al contrario di Etty che, artigiana attenta al suo capolavoro, lavora amorevolmente il suo strumento,
certo è importante la qualità di legno e archetto, ma se non “fiata” lo Spirito, nessun fiato sarà mai musica
e lo Spirito è coraggio che denuncia e annuncia nuova Vita.

“Continuerò ad avere pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi diventa infinito............
Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e lavorare
a sé stessi non è proprio una forma di individualismo malaticcio.“

Etty ci dimostra che è solo trasformandoci che il mondo si trasforma con noi:
“... trasformare l’odio in qualcosa di diverso: forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo”.


Patrizia Gioia
“i semi della Gioia”
www.spaziostudio.net
17 agosto 2013


 
 
 

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