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07.05.2007
 
DECOLONIZZARE L'IMMAGINARIO
Il vecchio olio di fegato di merluzzo per il nuovo uomo sandwich
 
di Patrizia Gioia

Anche se ho abbandonato da tempo il mondo della pubblicità, perché sempre più consapevole della mia complicità a creare falsi e inutili bisogni, non c’è mai, in ogni cosa, tutto da buttare; così credo che di quel mondo ci siano alcuni aspetti che possiamo ri-inventarci, per ri-costituire un nuovo immaginario, che porti buoni frutti e sani desideri invece che mortificanti abbruttimenti quotidiani.

Usando il vecchio e creativo brain-storming ( letteralmente tempesta di cervello) provo, - dopo avere – sich! sich! -appena appreso di una nuova scuola sita in via Montenapoleone a Milano, denominata, non a caso vista anche la via, Accademia del Lusso, nuove professioni alla moda, pronta a “formare” – io direi a “deformare” - manager che sappiano trasformare l’idea creativa in business competitivo! - provo a lasciare fluire il mio “sentire creativo”, ben attenta a non trasformarlo in business competitivo!, ed esprimo subito quel che da un bel po’ di tempo mi tempesta nella testa: per decolonizzare l’immaginario (che ci siamo lasciati “ sparare in vena” diventando ormai tutti tossici), occorre ri-dare nome, che semplicemente significa dare nuova vita,
a quella che è una prerogativa costitutiva dell’essere umano e che è il nostro “sentire” religioso.

Mamma mia! Che parola!
Nemmeno la peggior parolaccia aizza spiriti e corpi come la parola: religione o religioso.
Del resto solo un vero religioso quale era Carl Gustav Jung e che, con altri, potrà ancora molto aiutarci in questa ri-nominazione, già scriveva che: “la religione è la saracinesca che impedisce l’esperienza di Dio”.
E dobbiamo anche ri-dare nome alla parola “Dio”, chè anche qui c’è ormai nell’immaginario una tale confusione che per forza non sappiamo più che” pesci prendere” e forse non dobbiamo proprio più prenderli quei pesci, ma “altro”. Del resto lo sappiamo ben tutti che siamo entrati nell’era dell’Acquario, lasciandoci quella dei Pesci alle spalle!
Come dovremmo ormai anche sapere che “non nominare il nome di Dio invano”, suggeriva e suggerisce all’essere umano proprio il prestare attenzione alla bulimia del divino, chè la bestemmia, detta in un momento di ira, se poi ascoltata, insegna a comprenderne il significato trasformativo e non quello sterile e ripetitivo che ne perpetra invece il bulimico, perché solo chi ha conosciuto sino in fondo la fame può reggere, consapevole, “l’onore e l’onère del benessere”, nello stesso modo in cui non si è mai abbastanza cinici se non realizzando la fede nella qualità spirituale e una profonda consonanza con l’ideale.
Diventare capaci di sopportare il peso degli opposti che sempre vivono in noi, un necessario compito a cui iniziare ad allenarci.

Cosa fa un drogato che si vuole ripulire?
Chiede aiuto, per prima cosa e poi ce la deve mettere tutta per cooperare alla sua nuova vita.
E per risanare e rivivificare un campo si deve partire dalla sua terra e solo quando li dentro
sarà tornata nuova vita, inseparabilmente tutt’intorno ri-vivrà.
Proprio come la pace che, se non c’è prima dentro noi, non ci sarà mai nemmeno fuori.

Ho scritto quel che c’è sopra, prima di avere partecipato ieri sera alla riunione milanese di DECRESCITA e, dopo l’incontro e gli interventi dei partecipanti, questa mia riflessione non ha fatto altro che allungare ancor più le sue radici, nel senso che si è in me ancor più fortificata.
Quando, alla fine della seconda guerra mondiale, un’organizzazione appunto mondiale, chiese a Jung di fornire una relazione che desse delle indicazioni per potere evitare nel futuro episodi simili di violenza umana, Jung rispose semplicemente che il lavoro che c’è da fare è in ogni persona, singolarmente si può cambiare il mondo, cambiando sé stessi.
Naturalmente l’organizzazione cestinò la relazione di Jung, giudicandola necessaria di tempi troppo lunghi! Eh! Certo, tutto e subito già allora!
Questo è del resto l’immaginario che ci ri-troviamo e possiamo anche vedere come questo immaginario (dentro) operi anche sui nostri corpi( fuori), -inseparabili! -bulimia e anoressia, non solo del divino, ne sono le due facce, riempirsi, riempirsi di tutto e subito!
Decisamente abbiamo molto ancora da imparare! Ma mai disperare e, ogni volta, con amore, rimettersi in cammino.

Proprio su numero di giugno 2005 di Decrescita, Luigi Zoja, psicanalista di scuola junghiana -
( “Meno male che sono Jung e non uno junghiano! disse a suo tempo il maestro, ma lasciatemi dire
che ci sono in giro, come sempre del resto, sterili copie dei maestri, ma anche straordinari portatori sani di un pensiero che non è solo junghiano, ma che è invece quel filo d’oro che lega tutti gli esseri umani in ricerca, facendoci ben sperare per tutti noi!) – ben illumina questo problema dell’immaginario, dove ogni limite è perduto, dove non ci basta più assaporare piacevolmente una barretta di cioccolato, ma l’atteggiamento rivolto all’accumulo e alla presentificazione del tempo futuro, chiede di ripetere subito quel piacere ( e mica solo nel cioccolato!).
Così che si inghiotte la seconda con un piacere minore e si cerca di rifarsi mangiandone subito una terza, e il piacere diminuisce ancora e quindi il consumatore deve consumare altro cioccolato!
Usiamo così anche l’amore, perdendoci e perdendo di conseguenza il suo indicibile sapore!

Ve lo ricordate quello che si chiamava “l’uomo sandwich”?
Ebbene era l’immagine vivente e l’anticipatore della nostra attuale situazione, la pubblicità ci ha schiaffato come sottilette tra due fette di pane, testimonial e sponsor, ed è sempre pronta per “azzannarci”, anzi l’ha già fatto!
“La sindrome di Icaro” la chiama Zoja, l’uomo nuovo che vuole troppo, l’uomo il cui desiderio è entrato in metastasi, si fermerà solo quando gli si staccheranno le ali.

Nell’estetica del sacro, gli artisti, agli angeli, gliele hanno già tolte, le ali, lasciandogli invece solo
la veste, ultimo baluardo del sacro, un povero straccetto, così che tanto ci diamo da fare intorno alla sindone senza renderci conto che il sacro corpo l’abbiamo già fatto diventare “markette”! e lo fa vedere bene il povero diavoletto del Chiambretti in tv..u.u.u.!.
Non sappiamo più volere, ma soprattutto non sappiamo più desiderare!
Adoriamo un dio-sviluppo senza fine e senza fini, abbiamo, anche noi come i Greci, rovesciato la proibizione dell’arroganza ( la famosa hibris) nell’adorazione dell’arroganza.
Ma qualcosa di sano da cui ri-partire c’è e sapete cos’è?
E’ la nevrosi, che esprime questo nostro disagio! Lei è sana.
E’ da questo profondo e serio e ancora umano sentire che dobbiamo avere la forza e il coraggio di ri-prendere in mano la nostra mortalità, il nostro essere finiti per iniziare a fare la straordinaria e salvifica esperienza della nostra costitutiva relazione di inter-in-dipendenza.
E’ in questa esperienza che troveremo quel “compagno di viaggio”, fonte inesauribile di aiuto
di cui Tagore, col linguaggio poetico dell’indicibile ma dell’esperibile, ci parla.
Questo è ri-dare nome e nuova vita al nostro essere religiosi.
E’ questo che ha fatto Siddhartha, simbolo dell’essere umano in ricerca, quel “suchende” che in ognuno di noi c’è, ed è questa la religiosità costitutiva di ognuno di noi, quell’anelito verso, quel sentire che ci manca qualcosa di cui noi, chiamandolo “vuoto” abbiamo invece fottuto terrore e, piuttosto che fermarci ed ascoltarlo questa meraviglia che dentro noi vive, lo riempiamo con qualsiasi cosa ci venga sotto tiro e la pubblicità e la mercificazione e le tante new age sanno bene
di che darci “di finto” facendoci così credere di sfamare “quel vuoto” che ha invece fame solo del nostro ascolto.
Quel che ci manca e che “è da sempre in noi” è quello di cui fare esperienza e a cui ridare nome, il nome che sentiamo noi, responsabilmente, così che non potremo più dire che ci hanno inculcato qualcosa, ora non più, ora è a noi che è affidato il compito, siamo noi il re e il sacerdote.

Ecco perché la nostra personale e unica voce non canta più.
Perché per imparare a cantare bisogna saperla ascoltare la musica.
La meraviglia della differenza l’abbiamo trasformata in terrificanti replicanti al silicone, il bisogno di certezze in patologia di sicurezza, ci siamo fatti separare dall’Altro e senza l’Altro l’uomo non è uomo. Manca di una parte essenziale, è quella che ci siamo fatti fregare credendo “non esistesse”
e di non averla, ma per fortuna non è mai stata perduta, perché è nell’invisibile che è da cercare.
Non siamo pezzi separabili e smontabili da mettere nei blister e vendere col giornale in edicola,
non siamo” individuo”, ma “persona” ed è nella mia persona che vive l’eternità, non l’immortalità.
Ci siamo fatti rubare gli amici e i nemici, la nostra memoria e la nostra storia, i nostri antenati e i nostri figli, la nostra casa e i nostri giochi, la nostra canzone, come fumo, è uscita dal buco dell’atmosfera a cui noi tutti abbiamo contribuito.
Siamo tutti in perenne e forsennato movimento, gridiamo per assordarci e confonderci, invece di stare fermi e zitti e guardarlo finalmente questo fumo che, come ad Auschwitz, esce dal camino e siamo ancora noi gli aguzzini e siamo ancora noi le vittime.
E’ l’assunzione di responsabilità personale di tutti i mali del mondo la strada della salvezza.
Dio è morto, cantava la canzone, ma io dico che Dio ( è quella la mancanza, quel vuoto, quel buco che sentiamo e che riempiamo subito invece di prestargli orecchio) muore perché siamo noi che lo lasciamo morire, e così facendo moriamo anche noi e non di morte fisica, chè la vita mortale non è il dono supremo, ma è la morte dell’Anima quella che ancora i diavoli dentro e fuori di noi ci “tentano”a perpetrare. Anzi, dato che i diavoli siamo noi, ci siamo quasi riusciti!

Dobbiamo fermarci e fare “esercizi di vuoto”, che semplicemente significa affidarsi ad altra dimensione, quel trascendere il mentale, dimensione a cui abbiamo ignorantemente abdicato.
E’ li che vive la vera viva. Quell’acqua che Gesù quotidianamente ci invita a bere, e che la mercificazione ha strumentalizzato vendendocela in bottiglia di plastica, al super, a Compostela o da Padre Pio fa lo stesso, stessa mercificazione delle indulgenze, vergogna della chiesa e di noi
tutti che colludiamo!
Richiamiamo le Muse esiliate, per ridare loro nuove sorelle, la psicanalisi per esempio, ancora ostracizzata perché dai più vista come ombra della pazzia o arpia che ruba la creatività o mercificazione del bisogno di aiuto!
Ricordiamoci che abbiamo capacità di usare il nostro di cervello e di imparare a vedere quando
il re è davvero nudo o quando invece è firmato Prada.
Il codice psicanalitico è vivamente pedagogico, è Mito per farci riconoscere, “cose”che i costrutti della ragione in alcun modo potranno mai farci conoscere, alla faccia di tutti i Cartesio e dei deliranti “cogito ergo sum”, trasformati in “compro, dunque sono”!
Il Mito ci serve, non possiamo farne a meno, che lo vogliamo o no, e dobbiamo trovare un nuovo modo per interpretarlo nella cultura moderna e se non rispondiamo a questo letteratura e filosofia e e scienza e poesia , (in-somma l’uomo), moriranno definitivamente.
Il Mito ci aiuta a ricollegare tutto, a sentirci corpo e spirito, attingiamo continuamente al Mito ed
il congegno più fascinoso del dispositivo psicanalitico è proprio questo: capire che cosa accade di noi di fronte a situazioni dove qualche Dio ci tocca.
Qui mito, archetipo e simbolo dialogano con noi, visibile ed invisibile si toccano, proprio come quelle due mani dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina, perché la psicanalisi è terapia della parola e noi abbiamo necessità della parola raccontata perché sono le parole –ergon-energia- che chiamano in campo le nostre esperienze del limite, creando nuova possibile realtà.
E’ da questo porto che dovrà e potrà salpare il nuovo essere religioso.

Guardiamola dunque in modo nuovo questa benedetta psicanalisi, lasciamo pure che esseri umani uguali a tutti noi si diano del “councelor” invece che essere semplicemente attenti vicini, così come l’adorabile spazzino ha perduto la sua magica aurea da quando si spaccia per operatore ecologico.
L’arte dell’umiltà è molto lunga da apprendere.
E’ qui che vive e sempre più impera il mito di Narciso, chè l’Amore è Altro, non una variante dell’amore di sé.
Già Marcuse illuminava che il processo di adattamento del capitalismo mercantile stava riuscendo a far diventare anche pensiero unico la personalizzazione del desiderio: “puoi scegliere tra quello che c’è da scegliere”.
Dobbiamo tutti ripartire come Pinocchio, imparare ad usare il nuovo abbecedario che, insieme a lettere e numeri, ci aiuta a scoprire come è fatta e come cresce la psiche, chè anche lei necessita di conoscenza e cure e ricostituenti come le ossa e il nostro muscoletto, molto elastico, che è il cuore!.
Usiamo la psicanalisi come uno dei molti mezzi di conoscenza, non come fine per esseri perfetti che mai saremo, chè gli esami non finiscono mai, ma, come la scatola degli utensili, i suggerimenti dei vari linguaggi del profondo sono da tenere nella nostra “casa”, pronto soccorso sempre aggiornato e ben fornito, per mai dimenticare le nostre finitezze e tirar fuori spirito e cerotto al momento che servono; come l’olio di fegato di merluzzo, si, proprio così, anche lui fa bene anche se non sempre ci piacerebbe prenderlo!
Proprio come lo studio e la scuola, disciplina ed obbedienza sono necessarie e salutari.
Nella vita, come nella vera scuola, educatrice e non istruttrice, l’obbedienza è unita alla creatività e alla libertà . E’ da qui e sin da piccoli che possiamo iniziare il cammino del Siddhartha ed esperire l’inter-in-dipendenza.
L’obbedienza è una forza naturale di coesione sociale, intimamente legata alla sublimazione della volontà. Un’obbedienza senza un vero autocontrollo, un’obbedienza che non scaturisce da una volontà cosciente ed esercitata è destinata a portare alla rovina interi popoli.
E questa non è utopia, ne parlava già una gran donna come Maria Montessori, questo vuol dire libertà di scelta e valorizzazione delle risorse e responsabilità individuali.
E’ qui che vive il divino, chiamatelo come volete, nel fare l’esperienza che se io mi muovo” bene” in questa rete dove sono parte costitutiva della trama e dell’ ordito, non faccio buchi e se invece mi muovo “male” anche io finirò nel buco che io stesso ho cooperato ad allargare.
E’ qui che vive l’enorme differenza tra fede e credenza, la prima è esperienza personale e dunque “sai” che cosa ti è chiesto, ( perché sentire è capire, ma capire non è sentire!) , la seconda è pigrizia allo stato becero, “mi dicono che è così e me lo faccio andare bene così, mi fa tanto comodo non usare la mia testa e tanto meno il mio cuore.”

Decolonizzare l’immaginario significa in prima istanza “svegliarsi” alla realtà cosmoteandrica, facendone esperienza, perchè cosmo-dio-uomo sono inseparabili e nessuno è più importante dell’altro. E questa esperienza è possibile attraverso i molti linguaggi umani dell’indicibile, ognuno potrà trovare quello che è a lui più affine, ma la condizione per tutti necessaria è l’atteggiamento religioso, quello che dobbiamo solo risvegliare perché è in noi, ci appartiene, ci relega.
Sono “relegato”, che non significa legato, dunque schiavo, ma in relazione-con, prima di tutto la mia testa col mio cuore, poi io a te e via via, sentirmi parte inscindibile di un tutto e se vi soffermate e ci pensate bene è una consapevolezza straordinaria.
Ragazzi! Io servo! Non sono solo e separato e inutile !
Tengo per mano tutto e tutti e ogni altro tiene la mia mano, una bellezza di famiglia, più che allargata! E come se servo!
E se mi tiro indietro è come se Rivera si fosse tirato fuori del campo prima della fine di quella meravigliosa partita del gran finale che fu Italia-Germania 4 a 3 perché non c’aveva più voglia di giocare! Ma vi immaginate che casino sarebbe successo!
E invece uno che si toglie da questa di partita, quella della vita, come se niente fosse!
Ed è molto, ma molto peggio che perdere la coppa del mondo, qui, ragazzi miei, si perde il mondo!

Vuol dire indignarsi, “uscire dal sandwich” e dirlo, amorevolmente, ma con la nostra voce ritrovata che non mi va più di fare il prodotto! Di fare il cretino che va in giro, pagando lui! chè almeno il vecchio uomo-sandwich era lui il pagato!-, a far pubblicità a chi più ti tiene alto il prezzo di quel che indossi! A furia di silicone e lifting siamo diventati tutti sordi e muti e ciechi .
E’ non aspettare più che il nostro bacio trasformi la rana nel bel principe azzurro,( chè spesso sarebbe stato ed è senza dubbio più utile un bel calcio nel sedere sia al principe azzurro che alla bella principessa e anche alla rana ) e ritornare tutti in umiltà ed unità, re e sacerdote, umano e divino, femminile e maschile, inseparabili nella loro differenza, mediatori tra terra e cielo.
E’ tirarsi su le maniche del corpo e dell’anima e rivangare la terra, il campo, il nostro, che si relazionerà nella differenza con tutti gli altri campi e questa sarà la nuova e viva Cultura.
Dialogare e non gridare, imparare ad ascoltare l’Altro significa imparare ad ascoltare noi e a trovare nel “tra noi” qualcosa di nuovo che feconderà entrambi.
Eccolo il nuovo uomo!… il nuovo uomo sandwich!
Quello che tra le due fette di pane la smetterà di ficcarci subito qualcosa, ma in quel pane, sacro, perchè fatto in cooperazione con le sue mani e quelle dell’altro e dell’Amore, saprà ascoltare e lasciare vivere il vuoto, sostare “nell’aperto” di Rilke e trovare ogni volta il nuovo salutare cibo
da mettere tra quelle due fette di pane, ogni volta da trovare insieme e nuovo e gustoso perché giusto per quel momento e per quella necessità.
Domani è sempre un altro giorno, donatoci per aprire gli occhi stupiti e gioiosi nella reciprocità e gratuità di un dono che si chiama vita.


Compagno di viaggio!
Muoversi è incontrarsi a ogni istante
è cantare al ritmo dei tuoi passi.

Chi sfiora il tuo respiro
non scivola dalla sicurezza della riva
spiega fiducioso la vela al vento
e sfida le onde tempestose.

Chi spalanca le sue porte
e avanza, riceve il tuo saluto
Non rimane a contare i suoi guadagni
o a piangere ciò che ha perduto
il ritmo per la sua marcia
lo batte il suo cuore
perchè questo significa procedere con te
ad ogni passo
Compagno di viaggio!

TAGORE







 
 
 

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