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BACON e i guanti di pelle grigia per andare in moto.

 
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28.04.2008
 


BACON
e i guanti di pelle grigia per andare in moto.

Bacon a Palazzo Reale a Milano
recensioni alla maniera di Patrizia Gioia
 
BACON
e i guanti di pelle grigia per andare in moto.

Dopo l’amore, in quello spazio che taglia il tempo e il fumo della sigaretta appena accesa,
che dilaga con noi verso il soffitto del cielo - non importa se viola o no-, tentando di aggrapparsi
a tutti gli umori e i sudori in cui ci eravamo prepotentemente confusi, le parole che arrivano non sono
ancora quelle dell’Io che ci separa ma, al di là di difese e offese, ci trascinano invece nella possibilità
di realizzare quello che, poco dopo rinvenuti, torneremo a negare.

E’ stato in uno di quei momenti che l’altro accanto a me disse ( a chi? ) che “da sempre aveva sognato
guanti di pelle grigia per andare in moto”.
E che naturalmente non lo aveva mai fatto.

Chissà perché vogliamo testimoni solamente per denunciare il fallimento del nostro sogno e abbandoniamo invece il più delle volte per strada chi ci avrebbe aiutati a tentarlo quel sogno?
Gli alleati non ci piacciono, ci confondono, meglio un nemico fuori che ci impedisce così di incontrare quello vero di nemico, che è sempre dentro. E che dice: impossibile.
Chissà quando impareremo che l’amore è possibilità e non quotidiana battaglia e sofferenza, smettendola così di scodinzolare imploranti sempre dietro a qualcuno che non ci vede e che annusa altre parti invece
del cuore.

E’ andando a vedere la mostra di Bacon a Palazzo Reale che è riapparso nitido in me questo ricordo e, dato che nulla succede a caso, ci sarà pure qualche attinenza.

Perché quel desiderio di guanti di pelle grigia per andare in moto mi veniva in mente proprio ora, davanti
alle tele di Bacon?
Perchè, naturalmente azzardo delle ipotesi alla mia maniera, è simile, anche se non uguale, a quello che Bacon dice di volere per le sue opere: un vetro davanti alla tela.
E il vetro, come i guanti grigi, che cos’è se non l’impedimento ad una relazione di totale contatto; una distanza, seppur minima di separazione; una mediazione( trasparente e algida nel caso del vetro, elegante e bisognosa nel caso dei guanti), affinché non ci sia una relazione “tra due”, ma la presenza, inquietante o tranquillizzante che sia, travestita da desiderio, di “un terzo” che impedisca però l’avvicinamento e il tocco, che separi e deformi la Verità della realtà.

Credo sia per questo “intruso imposto da Bacon” ( vetro che normalmente accetto, dimenticandomene, a protezione di molte altre opere), che non ho più sentito, davanti alle sue pur intense immagini, emozioni
che avrebbero invece potuto e dovuto penetrarmi più in profondità; a quel punto il vetro, che ci sia stato
o no davanti a me nella realtà che vedevo, era diventato parte integrante dell’opera di Bacon.
E arte e vita sono relazione inseparabile.

Due per il momento erano le ipotesi che mi sollecitarono al perché di quell’ostacolo: e Bacon vuole dirmi che la vita necessita di una distanza di sicurezza e Bacon vuole dirmi che Bacon necessita di distanza di sicurezza dall’altro. Anche da me.
E paradossalmente e contemporaneamente questo stava anche a dimostrare l’impossibilità di non relazione, pur se ci ostiniamo a credere possibile il ritrarci dal suo meraviglioso tocco contaminante e trasformante.

Forse il vetro in Bacon è anche un modo di raccontare “il terzo” che è l’alcool, lo sguardo trasparente e deformante della malattia dell’anima, quell’essere presenti a sé e all’altro ma mai veramente fino in fondo, una sedazione perpetua, allenata quotidianamente, una paura continua, chè, credendo di evitare di risentire il dolore come quello terribile patito, si evita anche la possibilità d’essere toccati dalla felicità.

E quei corpo a corpo, anima compresa, senza sguardo e parola, quelle solitudini indifferenti al sangue che si raggruma sulla carne di chi vede ma non sente più, quel confondersi che è impossibilità di fondersi senza perdersi, quelle carni esibite come le ferite e le torsioni e le bocche spalancate, mai raggiunte veramente
dal colore che lui dice avrebbe voluto raggiungere, erano l’inconfutabile prova che l’urlo che nel profondo urlava non era ancora venuto alla luce.
Quello che noi tutti continuiamo a fare, un tendere continuamente e febbrilmente verso quell’urlo
in una sterile ripetitività, un’evasione continua dall’incontro salvifico, un tratto che si consuma vorticoso sempre prima di arrivare, impossibilitato ancora ad essere trasceso.

E’ per questo che nella stranamente divertente intervista, Bacon mi pare altro da Bacon, uno che racconta qualcun altro di cui pare poco gli importi, e quella che pare semplicità di un artista che non se la tira, è una coltivata e strenuamente perpetrata difesa incrostata solo in superficie di indifferenza a sè stesso, a quel sé stesso che, giovanilmente e violentemente soffocato, ha trasformato la futura possibilità di un sereno rapporto a due, con la vita, nel non poter nemmeno respirare, chè l’asma, come l’alcool, è un grido soffocato di un bisogno castrato, non ancora diventato desiderio, una richiesta muta e disperata di essere visto e considerato degno di rispetto e d’amore.

Sono struggenti lo studio e la casa di Bacon che, pur situati nello stesso edificio, raccontano la necessità di due realtà talmente dicotomiche da aver trasfigurato per sempre l’armonia costitutiva di ordine e disordine, così da far tentare il loro equilibrio in una convivenza possibile d’essere raccontata e medicata solo sulla tela.
Straordinario il suo lasciarsi andare ad una verità tanto profonda da non essere ancora toccata dalla sua quotidiana ricerca di difesa quando, mostrando le prove di pezzi di colore gettati “a caso” sulla porta e sul muro dello studio, dice: “ecco le mie opere astratte”, lui avverso ad ogni forma di astrattismo, che rifiutava nella sua stessa essenza perché riduttivo “opera solo sul livello estetico, si interessa solo alla bellezza delle forme”. Si manda sempre in esilio quel che dovremmo risvegliare in noi. Siamo noi la forza che da forma.
Quelle prove di colore credo dialoghino davvero con la forza del colore dell’urlo che non esce,
non sono ancora barrate dalle difese dell’io, sono prove d’armonia musicale, tentativi di ascoltare un ritmo che arriva in minore, che lo si vorrebbe lasciare defilato e magari deriso, ma che non si può più fare finta di non sentire.
Non è un caso, (anche se lui a casualità riduce l’impossibilità di un giorno quando, per mancanza di denaro, dipinse sul retro non preparato della tela e gli piacque il risultato), che da un certo momento in poi lui usi la tela “ non preparata” per dipingere.

Tutti i nostri tentativi di stare dentro a forme amputate e agonizzanti sono falliti, è sempre un atto di coraggio che salva.
L’impossibilità non è mai totale impossibilità, ti offre sempre una scelta: quella del rischio e non è , lui stesso lo dice, la stessa cosa che rischiare al gioco.
In questa scelta rischi la tua stessa vita.
E’ così che nasce l’Artista, da un utero più profondo dell’impossibilità comune, che ti spinge, pena la tua vita, a rischiare l’unica scelta possibile, quella senza scissione alcuna, senza intermediari,
la tela “non preparata”, letto per due soli amanti.
L’Artista e la sua Arte, la relazione trinitaria, dove lo spirito del nuovo tempo volerà bianca colomba nel mondo.
Qui, Bacon e Bacon dialogano davvero senza separazione alcuna e, quando l’intervistatore gli chiede a cosa pensa quando lui dipinge, è in Verità la sua risposta: a niente.
Quando ci sei, non ci fai, mai.

Patrizia Gioia, 27 aprile 2008
Recensioni alla mia maniera
Bacon , a Palazzo Reale sino al 29 giugno


 
 
 

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