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28.04.2008
 
Una sedia che si e ci svela
Il “fuori salone” alla maniera di Patrizia Gioia

 

Il salone del mobile, soprattutto il fuori salone, è un robusto indicatore della nostra età.
A me, gallina con già degli induriti, ma sempre allenati, garroncini, il fuori salone di quest’anno
è davvero parso un gran girone dantesco, dove, dal momento che tutto è universalistico e mercantilistico e produttivistico e dal momento che la nostra realtà è “cosmoteandrica” (cioè
il cosmo, il divino e l’umano sono inseparabili, anche se possiamo distinguerli) mai come qui,
infernopurgatorioparadiso mi sono apparsi in tutta la loro inseparabilità.

E in tutta la loro follia, anch’essa parte umana che in ognuno vive, parte da saper ben vedere
ed accettare in noi, così che possiamo, assumendocene tutta la responsabilità, dare anche
“senso” a quel che si è e che si fa.

Perché indicatore d’età?
Perché quando iniziai io a lavorare nel design, parlo alla fine degli anni 60, andare a vedere
“un nuovo design” era come andare ad un evento sacro.
Ci si preparava per tempo, c’era commozione, anche una certa forma di devozione per qualche carismatico designer, si entrava e ci si muoveva nel luogo dove si era iniziati/invitati, in silenzio,
timorosi e rispettosi, si girava intorno all’oggetto, guardandolo come si guarda un bambino appena nato, lo si ammirava stupiti e incuriositi, sanamente invidiosi di chi lo aveva “partorito”, di chi aveva osato un nuovo seme, un nuovo sguardo, una linea differente, un senso altro, di chi aveva trovato nella sottostante realtà qualcosa che non tutti potevano vedere e che lui ci offriva e ci rivelava e di cui noi dovevamo essere degni.
Era una relazione e un ascolto.
Un nuovo battesimo.
E si usciva trasformati, perché da quel momento il mondo non era più lo stesso, quel nuovo nato,
di cui eravamo ora testimoni, aveva dato altro nome alla forza e alla forma della creatività.

Oggi viviamo per eccedenze, invece di togliere, aggiungiamo, avendo perduto lo sguardo del fanciullo che sa che la Verità è nuda e anche cruda, la vestiamo di superfluo, di firme inutili,
di decorazioni sterili o, ma sempre finzione è, la facciamo povera fiammiferaia con fuori dalla
porta una bulimica limousine che non ce la fa neanche a girare l’angolo e non perchè stretta è la via.
La Bellezza è fuggita con l’ultima ala dell’ultimo Angelo, abbandonando lo straccetto che
ancora la vestiva, davanti ad un tombino.

C’è un “nuovo nato” però in questo fuori salone che ha risvegliato la curiosità e lo stupore di
questa vecchia gallina, “un design” che voglio prendere a metafora di possibilità, per un diverso modo di invitare alla relazione e al dialogo.
Non a caso è una sedia, un posto dove fermarsi.
Non sto scrivendo per l’azienda, non sto dando consigli per gli acquisti, dunque non dirò né nome,
né produttore ma, se sarò brava nel risvegliar nostalgia, chi l’ha intravista tra la folla dei dannati, probabilmente la rammemorerà, così come quando vedi una bella donna per strada e ti ritorna “in mente”, solo per una frazione di ricordo, chè ormai sappiamo che anche la felicità
“è qualcosa che felice cade”.

La prendo a metafora del dialogo con l’altro ( anche se la parola Altro è ormai nominata invano, anche da me e per questo ci starò sempre più attenta, come Amore e Dio) e del principio di non contraddizione ( di cui invece sono una fervente adepta), perché questa sedia è davvero relazione , lei sta sù se tu la fai stare sù, ma si potrebbe dire contemporaneamente che tu stai sù se lei ti fa stare su.
Dunque attenzione attenta da parte di entrambi, una stima e un rispetto reciproci, quel famoso ascolto di cui parlavo e che sempre più dobbiamo allenare, soprattutto nel girone quotidiano in cui viviamo, dove il rumore assordante è parte costitutiva del mondo esterno, ma non di quello interno, ed è qui che, spostandoci, possiamo ritrovare la giusta via.

Questa sedia da sola non sta sù. Proprio come noi.
Che crediamo invece di essere straordinariamente liberi nella nostra individualità.
Una separatezza diventata costitutiva spaccatura, fauci di coccodrillo (senza griffe, questa volta) eternamente aperte all’invasione di una perenne angoscia per la mancanza di senso.
Quel “pensato a me pensato a tutti” è diventato status symbol, come quelle ridicole limousine di cui parlavo prima, che ci imprigionano al loro interno, schiavi, come nelle galere marine di antica memoria, ma almeno loro, schiavi, sapevano di esserlo.

Così è stato bello vedere come la sedia si e ci svela.
Chi non osava sedersi, impaurito (di non reggere l’altro)
Chi la prendeva e la girava e si sedeva a cavalcioni, come un indomito cow-boy ( sfidando l’altro )
Chi la guardava bene bene, misurandola con le mani e gli occhi, sedendosi poi
sopra gentilmente ( rispettando l’altro)
Chi provava e riprovava l’equilibrio e, ogni volta, trovava un differente e nuovo assetto,
inaspettato (dialogando con l’altro).

Così sono stata riappacificata con me e il mondo, perché l’attenzione divertita che questa sedia
mi ha indotto ad avere, mi ha ancora una volta fatto comprendere che non è mai il luogo che fa
il diavolo o l’angelo, ma è sempre la relazione “tra”, che mette in movimento il suo potere creativo
che ogni volta cambia noi e il mondo. E il Mistero fa il resto.
Chè uscendo da lì, tutto mi è apparso ancora più bello.

Patrizia Gioia, 23 aprile 2008
Il “fuori salone” ...alla mia maniera

 
 
 

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