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24.08.2008
 
L’eternità non è un tempo molto lungo.
Dopo il Convegno“Mysticism. Fullness of life”, tenutosi a Venezia il 5-6-7- maggio 2008
...alla maniera di Patrizia Gioia
 

Tre i giorni dell’intensissimo convegno veneziano: “ Mysticism. Fullness of Life”, che senza dubbio alcuno è stato un omaggio del e dal mondo a Raimon Panikkar, all’avvicinarsi anche del suo 90 compleanno.
Non è mia intenzione, né è possibile, riassumere qui l’esperienza, portata a dialogo con il pensiero di Panikkar, da pensatori di tutto il mondo, esperienza che è solo data ad ognuno vivere e che “pochi” , uno dei quali è Panikkar, sono capaci di farci vedere
“integrale” perché totalmente in loro incarnata.
E’ di questa “incarnazione” che vorrei tentare di dire, pur e già sapendo che comunque è indicibile.

Conosco e frequento Raimon Panikkar e il suo pensiero da diversi anni, un incontro che non è certamente arrivato a caso sulla via della mia personale ricerca, un tendere a quel “conosci te stesso”che da sempre è in me e che questo Convegno ha aiutato ancor più ad illuminare di Senso.

Nella mia vita molti sono stati i “maestri” incontrati e sempre ho tenuto ben allenata in me la consapevolezza di doverli sempre abbandonare, “tradimenti tutti in fedeltà”.
Ma il “è’ bene che io vada”, che forte ho sentito nei silenzi di Panikkar in questo Convegno, ha malinconicamente rinforzato in me il suo lascito e il suo insegnamento: ora tocca a te, diceva, a te la responsabilità, la tua, in armonia con il mondo e il divino.

Ho guardato in questi giorni questo piccolo grande uomo sempre a distanza, ravvicinata, ma a distanza. Non mi sono sentita, come quasi tutti hanno fatto, di fotografarlo, di riprenderlo con videocamere e telefonini, di avvicinarsi per autografi, di toccarlo o abbracciarlo. Nessun giudizio, sia ben chiaro, solo per me era altro.
Per me non era già più “lì”, ma “dappertutto”.
(Non a caso, forse, la sua “lectio divina” sarebbe stata poco dopo l’Ascensione al cielo.)
Sentivo in me un dovere amorevole di profondo rispetto, una gratitudine che chiedeva reverenziale distanza.
La Bellezza, si sa, è sempre anche l’inizio del terribile.
E siamo tanto umani, ci offenderemo sempre sinchè ci difenderemo.

La sua figura era già una magnifica statua lignea, (si è in me significata l’immagine della statua di legno del monaco che Hesse racconta in Narciso e Boccadoro), di un colore intenso e ambrato, ne sento ancora l’odore di sandalo; le sue mani con le dita lunghe e per sempre ardite, i suoi piedi scalzi ed esperti di lunghi pellegrinaggi, i capelli un poco più lunghi e candidi, gli occhi presenti e lontani, profondi e dolcissimi, il sorriso, enigmatico, coinvolgente come solo un bambino e un vecchio hanno, eredità e promessa.
Un capolavoro. Lui lo scultore, in armonia con la Vita.
Capolavoro che ognuno di noi potrebbe e dovrebbe tentare.

“Dal silenzio ...non conosciamo la Verità, ma possiamo praticare la sincerità.
Senza paura essere noi stessi. Ascoltarsi. Essere degni di noi.
No Unità, ma Armonia, che non è razionalizzabile.
L’Amore è ricomposizione armonica.
Dio vuole, ama, crea la diversità.
La capacità di perdonare è indipendente dalla tua volontà. “

La parola Dignità è emersa molte volte dal silenzio di Raimon, un invito, un’indicazione al ritrovamento del nostro esseri umani.
L’ascolto, io devo essere degna per darti casa.
“La religione non è un’organizzazione, ma un organismo” ed il suo invito è a ritrovare lo Spirito della Religione, che è anche il nostro profondo sentire che danza
nell’armonia “cosmoteandrica” “dove cosmo umano e divino sono inseparabili. Questa crisi, come ogni crisi, sia l’annuncio di una nuova nascita. La critica è necessaria, tutte le religioni hanno necessità di una loro conversione interna, con dolore, con amore, con fecondità. La religione libera, è tendere a, non è dottrina e dogma”.

Raimon è quotidianamente aiutato nella sua camminata, aiutato nel sedersi e nell’alzarsi, quell’affidarsi che tocca ogni giorno a noi tutti e non solo nella vecchiaia.
Ma alla fine della giornata, dopo il concerto per pianoforte, incantati tutti nell’incanto della Chiesa dei Frari, davanti alla maestosità della pittura di Tiziano, Raimon si è alzato velocemente ed improvvisamente da solo, per andare verso l’ammaliante maturo sorriso della pianista, arrivata solo per lui da San Francisco, con quell’energia che solo la Musica sa dare a chi già coopera alla Sua armonia.
A chi, come lui, E’casa.

Un saggio triste, è un triste saggio, dice sempre Panikkar, per rammentarci quanto la vita “mistica e fullness” sia piena anche di gioia.

Prima di partire per la Catalogna , Raimon ha chiesto un bicchiere di vino, per non essere troppo triste di lasciarci.
E questo, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, ha confermato il suo pensiero e il mio e quanto umano e di-vino siano inseparabili.

Grazie, Raimon, alzo questo calice con te! La speranza è nell’invisibile.

Patrizia Gioia, 8 maggio 2008





 
 
 

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